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Hate speech, scende l’allarme da parte dei cittadini (-17% rispetto al 2017). Assuefazione e sempre poca consapevolezza?

In occasione della seconda edizione di Parole O_Stili SWG ha condotto una ricerca dal titolo “Hate speech e Fake news condotta tra cittadini, lavoratori e dirigenti“.

 

Cosa ci dicono i dati?

Rispetto ai cittadini, scende significativamente il livello di allarme e di attenzione sull’hate speech, dal 70 al 53% (-17% rispetto al 2017), mentre sulle fake news il calo di chi ritiene il grado di allarme e di attenzione su questo tema adeguato risulta più ridotto, dal 65 al 59% (- 6%).
Per entrambi i fenomeni, a distanza di un anno si evince una tendenza all’assuefazione rispetto alle precedenti rilevazioni espresse dai cittadini, con un conseguente calo dell’attenzione “di massa” e della consapevolezza nei confronti di fake news ed hate speech, pur restando un fenomeno all’ordine del giorno.

 

I dati di SWG sono in parte confortanti ma ci invitano a fare attenzione. Ad esempio, sul tema delle fake news il dato positivo è che dopo una violentissima campagna elettorale il tema si è finalmente spoliticizzato. Era stato infatti usato impropriamente come arma politica. Oggi finalmente torna ad esser un tema che riguarda la disinformazione, all’educazione al digitale e ai media”, dichiara Francesco Nicodemo autore del libro Disinformazione e formatore dell’Academy di Parole O_Stili.



Fake news e hate speech, un nuovo modo di comunicare

Due persone su tre pensano che le fake news e i toni offensivi usati in rete siano una nuova realtà con cui ci si dovrà misurare d’ora in avanti, un nuovo modo di comunicare della società di oggi e in rete (lo pensa il 66%), mentre solo per il 23% si tratta di un fenomeno temporaneo, legato in parte al periodo di crisi in cui viviamo e alla necessità di imparare a utilizzare i nuovi strumenti. Se i millennial, cresciuti nell’epoca dei social, percepiscono meno il salto di paradigma (-6%), la percezione risulta invece maggiore nelle fasce di
popolazione più istruita (+7%). Dai dati si evidenzia anche un legame tra la percezione di questi fenomeni e il livello d’istruzione degli intervistati: sono infatti le persone laureate le più preoccupate, mentre chi non supera la licenza media percepisce minor odio nelle comunicazioni.

 

I temi che scatenano odio e fake news

In generale, politica/economia ed esteri/migrazioni rimangono i temi centrali su cui si innescano fake news ed hate speech, sebbene il tema esteri/migrazioni (31%) mostri un minor livello di hate speech rispetto al primo (50%).

 

Il mondo del lavoro

Inedite le rilevazioni di SWG sul campione di lavoratori e dirigenti: il 58% dei lavoratori dipendenti intervistati sostiene che l’uso di linguaggio aggressivo e irrispettoso sia diffuso in ambito lavorativo e che lo sia di più rispetto a 10 anni fa (lo crede il 47%). Eppure sette dipendenti su dieci ritengono che lo stile comunicativo delle imprese abbia una funzione pedagogica perché incide direttamente sul cambiamento di linguaggio della società. Emerge quindi anche l’importanza che le aziende possono avere nel ruolo di sensibilizzazione ed educazione verso una maggiore consapevolezza e uso degli strumenti del digitale.



Le aziende bersaglio di odio e falsità

Da parte loro anche i dirigenti ritengono molto cambiata la comunicazione negli ultimi 10 anni e circa un terzo si sente ancora a disagio con il nuovo modello comunicativo (36%), i cui ingredienti principali sono protagonismo e aggressività, prevalenti rispetto ad assertività ed empatia. L’81% dei dirigenti ritiene che le aziende siano bersaglio di odio e fake news e il 59% afferma di riscontrare difficoltà nel controllo della propria brand image online, soprattutto sui social. Andando più nel dettaglio emerge che, per sentirsi attrezzate a comunicare sui social network, alle aziende mancano soprattutto competenze (42%), ma anche risorse umane (30%), approccio mentale e culturale al fenomeno (24%), investimenti (20%), pratica ed esperienza (18%). Infine, sulla linea tra buona educazione e toni forti, per la quasi totalità dei dirigenti (95%) la buona educazione e il linguaggio incidono sulla brand reputation delle imprese di oggi, sebbene il 43% degli intervistati affermi allo stesso tempo che una pubblicità, per essere efficace, debba usare toni forti.

 


Nota metodologica:
tre differenti prospettive osservative.
Indagine quantitativa svolta con tecnica Cawi/Cami (Computer Aided Web/Mobile Interview) su tre differenti campioni: 1.000 cittadini italiani maggiorenni, 400 lavoratori dipendenti e subordinati 100 dirigenti d’azienda.  Interviste svolte tra il 10 e il 24 maggio 2018 attraverso la piattaforma web proprietaria di SWG.

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